In una Londra invernale, subito dopo la conclusione delle riprese di Star Wars: Starfighter, Kathleen Kennedy ha ufficializzato un passaggio di consegne atteso e preparato a lungo. Dopo quasi quattordici anni alla guida di Lucasfilm, la produttrice completa una successione pianificata che diventerà effettiva nei primi mesi del 2026. In questi giorni ha rilasciato un’intervista esclusiva per Deadline in cui ripercorre questi anni in Lucasfilm.
La nuova leadership nasce all’interno dell’azienda. Dave Filoni assumerà la responsabilità creativa come Chief Creative Officer, mentre Lynwen Brennan guiderà l’area business. Filoni rappresenta la continuità narrativa di Star Wars, con una conoscenza profonda dell’universo creato da George Lucas. Brennan garantisce solidità gestionale, forte di una lunga esperienza in ILM e nella struttura finanziaria di Lucasfilm. «È una transizione su cui lavoriamo da due anni», ha spiegato Kennedy.

Il bilancio della sua gestione resta imponente. I film di Star Wars prodotti sotto la sua guida hanno generato 5,9 miliardi di dollari al box office globale. Il Risveglio della Forza ha segnato un record storico in Nord America. Gli Ultimi Jedi, l’Ascesa di Skywalker e Rogue One hanno superato il miliardo, aprendo anche la strada alla serie Andor.
Parallelamente, Lucasfilm ha ampliato il proprio raggio d’azione. Le serie per Disney+, da The Mandalorian a Andor, hanno raccolto oltre 90 nomination agli Emmy. L’espansione ha incluso serie animate, lo sviluppo di Star Wars: Galaxy’s Edge nei parchi Disney e il rilancio di Lucasfilm Games, rafforzando il marchio su più piattaforme.
Kennedy riconosce il peso delle aspettative della fan base. Una minoranza rumorosa ha accompagnato ogni scelta con critiche aggressive, spesso amplificate dai social. «Non puoi piacere a tutti», ha ammesso, rivendicando la necessità di rinnovare personaggi e linguaggi per conquistare nuove generazioni.
Con la fine del mandato esecutivo, Kennedy torna alla sua vocazione originaria. «Voglio fare più film», ha dichiarato, annunciando il ritorno alla produzione cinematografica e nuove collaborazioni con Frank Marshall. L’obiettivo è un cinema più eclettico, lontano dall’esclusiva dei grandi franchise.

Tra i temi che la entusiasmano c’è l’intelligenza artificiale nel cinema. Kennedy vede nell’AI uno strumento capace di ampliare il linguaggio visivo, se usato con responsabilità e rispetto dei diritti degli artisti. Il paragone corre alla rivoluzione tecnologica di Jurassic Park, quando l’innovazione digitale cambiò il modo di costruire mondi cinematografici.
Sul fronte creativo, Star Wars: Starfighter, diretto da Shawn Levy e interpretato da Ryan Gosling, nasce come film autonomo. La sorpresa è il giovane Flynn Gray, scoperto in Irlanda. Kennedy non esclude sviluppi futuri, ma sottolinea la libertà di aver raccontato una storia senza pensare a una saga. «Abbiamo fatto un film e raccontato una storia».
Il prossimo appuntamento è il film The Mandalorian and Grogu diretto da Jon Favreau, con cui Kennedy sta lavorando sugli effetti speciali e sulla post-produzione. Favreau e Tony Gilroy rappresentano due visioni opposte ma complementari, che Kennedy considera fondamentali per la vitalità creativa del franchise.

La produttrice racconta anche le difficoltà nel coinvolgere grandi autori. Ha dialogato con David Fincher, Vince Gilligan, Alex Garland e altri, ma un film di Star Wars richiede un impegno di tre-cinque anni, spesso incompatibile con altri progetti. Non tutti accettano il rischio creativo e l’esposizione mediatica.
Diversi progetti restano in sviluppo. I film di Taika Waititi e Donald Glover restano possibili. Quello di James Mangold è al momento sospeso. La nuova trilogia di Simon Kinberg appare il progetto più solido e potrebbe portare Star Wars oltre il 2030. «Bisogna essere audaci», ha ricordato Kennedy, citando un consiglio ricevuto da Bob Iger.
Le critiche online hanno inciso anche sugli autori. Kennedy ritiene che Rian Johnson, dopo The Last Jedi, sia stato frenato dalla negatività. Le donne, sottolinea, subiscono attacchi ancora più duri. «Serve una pelle spessa», ha detto con franchezza. (Rian Johnson ha successivamente smentito la dichiarazione)

Il rapporto con George Lucas resta centrale. Kennedy rivendica il ruolo di custode della sua eredità, tra valori, immaginario e innovazione. Il Museum of Narrative Art rappresenta per Lucas il compimento di un percorso che ha cambiato il cinema.
Guardando al passato, Kennedy non esprime rimpianti, con un’eccezione. Solo: A Star Wars Story è arrivato troppo presto, perché Han Solo resta insostituibile. Difende invece Indiana Jones e il Quadrante del Destino, nato dal desiderio di Harrison Ford di chiudere il cerchio. Il futuro di Indiana Jones resta aperto.
Dopo una carriera che supera 11 miliardi di dollari di incassi globali, Kathleen Kennedy chiude un’era senza nostalgia. Meno gestione, più set. E una convinzione che non è mai cambiata. «Amo fare film, amo la collaborazione, amo essere nel momento».













