Dietro le battaglie con la spada laser e i salti nell’iperspazio, la vera scienza dietro The Mandalorian and Grogu emerge in modo sorprendentemente rigoroso, secondo un’analisi pubblicata da Tech Times in occasione del debutto del film su Disney+. Il concetto più originale non riguarda la fisica dell’iperspazio o i materiali dell’armatura, ma la biologia dei midi-chlorian, l’elemento della saga più derubricato a pseudoscienza fin dal 1999. Secondo l’analisi, George Lucas avrebbe attinto, consapevolmente o meno, da uno studio del 1967 della biologa Lynn Margulis, inizialmente deriso dalla comunità scientifica e poi riconosciuto come fondamentale.
I midi-chlorian e la teoria dell’endosimbiosi
Margulis pubblicò la propria teoria, allora firmata con il cognome del marito come Lynn Sagan, sul Journal of Theoretical Biology, dopo che ben quindici riviste scientifiche ne avevano rifiutato la pubblicazione per l’eccessiva radicalità della tesi. Secondo l’autrice, i mitocondri, le strutture cellulari che producono energia in ogni cellula eucariote, non sarebbero sempre stati parte della cellula stessa: circa 1,5-2 miliardi di anni fa sarebbero stati batteri a vita libera, assorbiti da una cellula ospite e mai digeriti, diventati col tempo residenti permanenti pur mantenendo un proprio DNA e una propria capacità riproduttiva indipendente.
Il termine “midi-chlorian” nasce come crasi tra “mitocondrio” e “cloroplasto”, i due organelli identificati da Margulis come di origine endosimbiotica. Secondo l’analisi, Lucas non avrebbe quindi inventato un concetto biologico dal nulla, ma esteso una singola proprietà aggiuntiva, la sensibilità alla Forza, a una struttura cellulare reale e oggi pienamente accettata dalla comunità scientifica, dopo decenni di analisi filogenomiche che ne hanno confermato le origini batteriche.
La guarigione di Grogu e la medicina bioelettrica
La scena clou del film mostra Din Djarin morso da un Dragonsnake nella palude di Nal Hutta, con un antidoto vegetale fornito da un pescatore locale che rischia di arrivare troppo tardi. Grogu interviene con la Forza, e i parametri vitali di Din si stabilizzano quel tanto che basta perché l’antidoto faccia effetto. Secondo l’analisi, questa sequenza richiamerebbe da vicino il campo della medicina bioelettrica studiato da Michael Levin, ricercatore della Tufts University, secondo cui i pattern di voltaggio di membrana delle cellule funzionerebbero come un livello di controllo riprogrammabile per la crescita e la riparazione dei tessuti.

Il laboratorio di Levin ha dimostrato, tra il 2024 e il 2025, che alterazioni temporanee del voltaggio di membrana nei planaria, vermi piatti usati come modello di rigenerazione, possono riscrivere in modo permanente la loro struttura corporea. Lo stesso gruppo di ricerca ha inoltre creato gli Anthrobot, costrutti biologici autoassemblati a partire da cellule tracheali umane, capaci di favorire la rigenerazione neurale senza alcuna modifica genetica. Esistono già applicazioni cliniche basate su principi simili, come la stimolazione magnetica transcranica, approvata dalla FDA statunitense dal 2008 per la depressione resistente ai trattamenti. Restano comunque enormi differenze di scala tra queste tecnologie e la guarigione istantanea mostrata nel film, che l’analisi definisce narrativamente ispirata a princìpi reali, senza esserne una rappresentazione letterale.
L’iperspazio e la fisica reale
Ogni salto nell’iperspazio richiederebbe, nella realtà, la soluzione di un problema che la fisica teorica affronta da trent’anni senza successo. Nel 1994, il fisico Miguel Alcubierre pubblicò la prima formulazione matematicamente coerente di un’astronave a curvatura, capace di muoversi comprimendo lo spazio-tempo davanti a sé ed espandendolo alle proprie spalle, senza violare le leggi della relatività. Il problema resta il fabbisogno di materia esotica a densità di energia negativa, mai osservata in natura.

Nel 2024, un nuovo studio ha proposto una soluzione subluminale che non richiede più materia esotica, un progresso reale ma comunque limitato a velocità inferiori a quella della luce. Star Wars, secondo l’analisi, aggirerebbe il problema definendo l’iperspazio come una dimensione diversa con regole proprie: una scelta narrativa, non una violazione della fisica, dato che nessuna teoria attuale riesce comunque a risolvere i paradossi causali di un ipotetico viaggio più veloce della luce.
L’occhio degli Anzellani e l’ottica bio-ispirata
I piccoli Anzellani che riparano la Razor Crest all’inizio del film vengono descritti nel canone di Star Wars come dotati di microlenti corneali “fluttuanti”, capaci di una visione a risoluzione microscopica. Secondo l’analisi, si tratterebbe di un’estrapolazione plausibile di princìpi già osservati in natura: il gambero mantide, ad esempio, possiede sedici tipi di fotorecettori contro i tre dell’occhio umano, un’architettura che ha ispirato la progettazione di fotocamere capaci di individuare tessuti cancerosi attraverso la luce polarizzata, sviluppate all’Università dell’Illinois. Anche cefalopodi e ragni saltatori adottano meccanismi di messa a fuoco alternativi rispetto a quello umano, rendendo l’idea di una lente corneale auto-regolabile un obiettivo di ricerca concreto per l’ingegneria ottica bio-ispirata, applicabile in teoria a endoscopi chirurgici miniaturizzati e dispositivi di realtà aumentata.

Il veleno del Dragonsnake e la farmacologia
Anche la sequenza del morso avvelenato riflette, secondo l’analisi, una precisione tossicologica non casuale. I veleni si dividono in emotossici, neurotossici e citotossici, con tempi di azione molto diversi tra loro: il decorso lento mostrato nel film, con una finestra di intervento misurabile in ore, è coerente con il profilo tipico dei rettili acquatici di ambienti paludosi, non dissimile da quello di alcuni serpenti a sonagli reali. Anche il rimedio vegetale utilizzato dal personaggio di Gatori trova un parallelo in composti reali, come alcuni tannini e la cefarantina, capaci di neutralizzare enzimi presenti nel veleno prima del loro assorbimento sistemico.













